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Un paradigma è una supposizione che viene generalmente creduta come vera dalla grande maggioranza della popolazione. Come l’aria per gli uccelli o l’acqua per i pesci, un paradigma tipicamente è invisibile per coloro che ci credono. Di solito non può essere analizzato o distinto facilmente: è semplicemente una supposizione che tutti fanno e che viene considerata tacitamente valida; pervade una cultura e influenza in maniera invisibile il modo in cui le persone pensano e agiscono.

Per esempio, ai tempi di Cristoforo Colombo, un paradigma comune era che la Terra fosse piatta. I marinai avevano tanto buon senso da non avventurarsi troppo al largo in mare per paura di cadere fuori dal bordo. Finché non arrivò Colombo a sfidare il paradigma. Semplicemente veniva accettato in maniera generale il fatto che si vivesse su una Terra piatta; pochi mettevano in dubbio questo “fatto”, finché il viaggio di Colombo verso il nuovo mondo non dimostrò che era sbagliato. Fu solo allora che venne stabilito un nuovo paradigma sulla forma della Terra: vale a dire che la Terra è rotonda.

Nei primi tempi del colonialismo, i Puritani credevano che esistessero le streghe. Tutti sapevano questo ‘fatto’ e, inoltre, sapevano che il modo di occuparsi delle streghe era di bruciarle sul rogo; era una pratica accettata e una cosa che tutti sapevano.

I paradigmi plasmano profondamente le convinzioni della società che li mantiene; ciascun paradigma ci impedisce di vedere un altro paradigma. Nella nostra cultura occidentale, esiste il paradigma della perfezione. Durante la nostra crescita e il nostro sviluppo, ognuno di noi diventa intimamente consapevole di come una persona “perfetta” appare e agisce, come pensa e si comporta. Impariamo presto cosa è accettabile e cosa è diverso e non all’altezza.

Benché la bellezza fisica sia solo un aspetto della perfezione, molti di coloro ai quali manca una sana autostima iniziano il processo di autodistruzione giudicandosi non attraenti, troppo bassi o alti, troppo grassi o magri o in qualche modo non all’altezza degli standard fisici e sociali stabiliti dalla nostra cultura. L’idea errata che sia possibile raggiungere la perfezione è un condizionamento della società per creare frustrazione e controllo.

Nella nostra civiltà occidentale, l’uomo perfetto è ben rappresentato dalle nostre personalità più popolari della televisione e del cinema. Coloro che teniamo nella più alta considerazione sono belli, intelligenti, forti e alti, guidano automobili di lusso, sono colti ed emanano carisma. Sono istruiti, hanno il controllo delle loro emozioni ed esercitano potere; hanno fiducia in sé, sanno sempre cosa dire e sono decisi nelle loro azioni.

Questo paradigma di perfezione maschile dice che se non sei bello, alto, carismatico e ti mancano le qualità di una persona di spicco, ci dev’essere qualcosa che non va in te, non sei all’altezza e non sei bravo abbastanza da essere tenuto nella più alta stima.

In modo analogo, le ragazze crescono con una chiara immagine dell’aspetto che una donna perfetta deve avere: deve essere bella, magra, sexy e intelligente con carisma e talenti per mantenere un posto di alta considerazione nella società. I video musicali fanno sfilare davanti ai nostri occhi una serie di donne bellissime, in forma e ricche di talenti, rafforzando ulteriormente l’idea che essere attraenti, magre, di successo e carismatiche sia il modo di essere più giusto. Cresciamo imparando esattamente ciò che costituisce lo standard ideale del modo in cui un ragazzo o una ragazza, un uomo o una donna dovrebbero essere.

I mezzi di comunicazione impostano modelli con i quali è difficile evitare i confronti. Come discuteremo nei prossimi capitoli, l’idea originale di non essere all’altezza deriva da una decisione che prendiamo presto nella vita riguardo al non essere abbastanza bravi, in un modo o nell’altro, non degni di amore o di rispetto e carenti in confronto ai nostri coetanei. Così, benché il concetto di indegnità potrebbe,in origine, non essere derivato dalla televisione e dai film, quelle immagini di perfezione servono a rafforzare l’idea già presente della nostra inferiorità.

Ci forniscono uno stridente contrasto con ciò che abbiamo osservato nello specchio, portandoci all’ovvia conclusione che sia possibile raggiungere la perfezione, ma non per noi. Di nuovo, l’immagine fisica potrebbe essere solo un componente della scarsa autostima. Questa condizione va ben oltre il non essere attraenti fisicamente, fino al centro stesso del nostro valore come persona, incidendo sulla nostra abilità di raggiungere i nostri obiettivi e onorare i nostri valori.

Dal desiderio di evitare future sofferenze e compensare l’immagine offuscata che abbiamo di noi, spesso cerchiamo di esercitare un controllo crescente sul nostro ambiente. Il perfezionismo nasce da quel desiderio di controllare gli altri ed evitare di essere dominati. Questo comportamento accresce l’opposizione alle nostre tendenze perfezioniste e ci allontana ulteriormente dagli altri, rafforzando l’idea di non avere un posto nella società, di essere poco amabili e non meritevoli.

Un altro paradigma che influenza in grande misura la nostra opinione riguardo al valore di una persona, ha a che fare con ciò che questa fa. Abbiamo una maggiore considerazione per certe professioni rispetto ad altre; glorifichiamo certi lavori, ne consideriamo altri rispettabili e semplicemente ne disprezziamo molti. Tipicamente teniamo nella più alta considerazione i nostri massimi capi, almeno finché non cadono dal loro piedistallo. Gli atleti delle maggiori società sportive e le celebrità del cinema sono ammirati e quasi adorati, ottengono gli stipendi più alti.

Consideriamo i medici, in particolare i chirurghi, i lavoratori più degni di ammirazione; altri professionisti nel campo della salute come i dentisti, gli optometristi, i pediatri, i chiropratici e le infermiere hanno il loro posto nella gerarchia delle professioni rispettate. Gli avvocati sono considerati più in basso di queste professioni ma più in alto dei contabili, degli agenti di viaggio e dei negozianti; può darsi che siano senza scrupoli, ma fanno più soldi.

Gli operai si trovano verso il fondo della gerarchia, con i meno istruiti e meno specializzati che si meritano la posizione sociale più bassa. Ancora più in basso nella scala della rispettabilità si trovano i disoccupati o coloro che hanno bisogno dell’assistenza pubblica; proprio al gradino più basso ci sono i senzatetto, gli alcolizzati, i tossicodipendenti, i criminali e i carcerati.

Per molti, il primo colpo all’autostima arriva rendendosi conto di non corrispondere al modello di perfezione. Può darsi che siano grassi o bassi, abbiano orecchie grandi, vivano nei quartieri poveri della città, provengano da una famiglia separata o posseggano una qualunque delle migliaia di altre caratteristiche che li rendono meno desiderabili, non abbastanza bravi e non degni di avere un posto nella società e di essere amati.

Molti permettono che ciò che percepiscono come loro mancanza di perfezione impedisca loro di ottenere successo, ricchezza e posizione sociale; quando si rendono conto di non essere collocati in alto sull’elenco del valore a causa delle loro abilità, istruzione, lavoro e posizione sociale, si rassegnano ad una vita di mediocrità. Non hanno realizzazioni e fraintendono ciò con l’essere carenti di valore come persone; equiparano il loro stato economico e sociale con il loro valore personale.

Benché quella che si ritiene la posizione sociale della propria occupazione non garantisca un livello proporzionalmente elevato di autostima, la scarsa autostima spesso farà sì che una persona non eccella e non raggiunga quelle posizioni che ottengono e suscitano rispetto. Abbiamo tutti sentito parlare di atleti che si danno alle droghe o al crimine e di celebrità cinematografiche che si suicidano. Così, avere ottenuto un’occupazione con una posizione, non necessariamente garantisce un’elevata autostima; nondimeno, il modo in cui ci paragoniamo agli altri ha sì influenza sull’immagine che abbiamo di noi.

Questi paradigmi ci insegnano ad ingrandire le nostre debolezze, mentre diventiamo ciechi rispetto ai nostri punti di forza. Più in basso cade l’immagine che abbiamo di noi, meno chiaramente vediamo noi stessi; cadiamo nella trappola di pensare che il resto del mondo ci veda sotto la stessa luce poco lusinghiera in cui noi vediamo noi stessi. Mentre il ciclo di auto-sabotaggio continua, facciamo avverare le nostre più grandi paure: per mezzo delle nostre aspettative e azioni, creiamo la prova che rafforza la scarsa opinione che abbiamo del nostro valore, quindi arriviamo ad avere ragione su questo e affondiamo nel buio dell’autocommiserazione; ma non bisogna che la situazione sia così.

Le interpretazioni erronee danneggiano la tua autostima e ti rovinano la vita. La libertà deriva dal reinterpretare il tuo passato con compassione per la tua umanità e quella degli altri.

Alcuni di noi hanno pensato per la prima volta di non essere all’altezza quando hanno scoperto di non corrispondere al paradigma della perfezione. Hanno scoperto di avere pensieri, gusti, misure, forme o aspetto sbagliati; magari si sentivano attratti dall’arte e dalla cultura anzichè dallo sport, dalla moda o dai divertimenti di massa. Forse non erano disinvolti e non incontravano l’approvazione dei coetanei, o forse i nostri genitori urlavano con noi, ci punivano o ci ignoravano.

Per molti, la prima consapevolezza di non appartenere al “clan dei perfetti” è probabile che sia venuta come risultato di qualcosa che qualcuno ha detto o fatto che li ha fatti sentire separati e diversi. Sentendosi così, hanno concluso che ci dovesse essere qualcosa che non andava in loro e accettato quella conclusione come un dato di fatto. Eppure quel “fatto” non era una realtà, ma una decisione creata da un ragionamento, o un pregiudizio, dettati dall’emotività.

È possibile che due bambini provenienti da famiglie e ambienti simili sviluppino livelli molto diversi di autostima? La risposta sta nelle interpretazioni di ciascun bambino riguardo agli avvenimenti della vita. La particolare situazione che ha fatto precipitare il parlare tra sé e sé in un dialogo interno negativo, potrebbe essere apparsa abbastanza innocua ad osservatori esterni ma, se rappresentava un primo cambiamento nel modo in cui il bambino percepiva se stesso, potrebbe essere stata l’inizio di una riduzione di autostima.

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